ANALISI. Petrolio, perché il recente accordo sui tagli si sta rivelando inutile?

Nonostante i paesi esportatori di petrolio abbiano finalmente deciso di tagliare la produzione totale di circa 10 milioni di barili al giorno, le ultime sedute dei mercati finanziari internazionali dimostrano che l’accordo, per certi versi storico, difficilmente sarà in grado, nel breve periodo, di rilanciare i prezzi e le quotazioni del greggio, soprattutto perché l’intesa non potrà risolvere il problema della grande quantità di petrolio in eccesso già presente sul mercato.

L’Opec+ si è lasciato alle spalle le ostilità tra Arabia Saudita e Russia e la scorsa settimana ha raggiunto un nuovo accordo collettivo, in risposta anche alle continue pressioni dell’amministrazione statunitense. Tuttavia, i siti di stoccaggio sono ora quasi completamente saturi a causa del crollo dei consumi e della domanda globale. I tagli volontari alla produzione non potranno essere abbastanza ampi per far fronte all’attuale crisi, in un contesto in cui l’offerta continuerà ancora per molto tempo a superare la domanda.

Inoltre, anche il rispetto degli accordi potrebbe rivelarsi un problema. È infatti improbabile che l’Arabia Saudita o la Russia avanzino ulteriormente nei tagli previsti per il mese di luglio se l’insieme dell’alleanza Opec, USA, Canada e Messico non si dimostreranno anch’essi nuovamente disponibili nel rispettare tutti i termini dell’accordo.

Attualmente, la Cina è l’unico paese che acquista petrolio in eccesso dal mercato spot e tutti i maggiori esportatori di greggio competono tra loro per vendere al paese del dragone ai prezzi più bassi. Tutto questo indebolisce il mercato petrolifero nel suo insieme e non fa altro che ritardare sia l’aumento che la stabilità dei prezzi dell’oro nero. Di conseguenza, appare ormai chiaro che sarà proprio in Cina che si giocherà la vera battaglia dei prezzi: saranno soprattutto Stati Uniti, Russia ed i paesi del Golfo a competere ferocemente per le quote di mercato, indipendentemente dal margine di profitto.

Il crollo del mercato monetario cinese, registrato a seguito del diffondersi su scala globale dell’epidemia di Covid-19, ha inviato un chiaro avvertimento: il miracolo economico cinese dovrà affrontare una grande sfida. Secondo gli analisti, nei prossimi anni il consumo cinese di greggio dovrebbe aumentare da 6 a 11 milioni di barili al giorno, equivalenti al consumo di tutta l’America Latina e della regione sub-sahariana messe insieme. Dunque, non c’è da meravigliarsi che gli indicatori di una crisi economica in Cina possano influenzare i prezzi globali dell’oro nero e fino a quando l’economia cinese non si riprenderà e tornerà ai livelli pre-crisi è plausibile che le quotazioni del greggio continueranno ad oscillare tra i 15 ed i 30 dollari al barile. Una rapida svolta positiva, tuttavia, potrebbe arrivare a seguito dell’allentamento alle restrizioni ai viaggi, con un conseguente aumento della domanda di carburante presumibilmente a partire dalla seconda metà dell’anno.

Ricordiamo, in conclusione, che da gennaio 2019 il Qatar non fa più parte dell’Opec. La decisione strategica di lasciare l’organizzazione dopo quasi sessant’anni (l’Emirato era membro dal 1961 ed è stato il primo paese mediorientale a lasciarla) trova le sue motivazioni nella volontà di sottrarsi alle imprevedibili fluttuazioni del prezzo del greggio e – secondo quanto dichiarato dal ministro dell’energia Saad Sherida al Kaabi – di concentrarsi sulla produzione ed esportazione di gas naturale liquefatto (GNL).

Fonte: Agenzia ICE Doha – Italian Trade Agency 

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