La fine dell’embargo e la vittoria del Qatar

Torna, almeno apparentemente, la pace tra i paesi del Golfo: dopo circa quattro anni è stata infatti annunciata la fine dell’embargo ai danni del Qatar da parte di Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Bahrain ed Egitto. La crisi diplomatica, scoppiata il 5 giugno 2017, aveva visto l’Arabia Saudita e i suoi alleati imporre un embargo economico-commerciale nei confronti del vicino emirato, con il rientro in patria dei rispettivi ambasciatori e la chiusura dei confini terrestri, marittimi ed aerei.

Doha veniva accusata dai paesi promotori dell’embargo di sostenere e finanziare gruppi terroristici e fondamentalisti, senza tuttavia mostrare alcuna prova concreta a sostegno di questa tesi. Il Qatar era inoltre criticato a causa dei suoi buoni rapporti con l’Iran (con il quale l’Emirato condivide lo sfruttamento di North Field, il più grande giacimento al mondo di gas naturale), considerato il principale antagonista dell’Arabia Saudita.

I paesi promotori dell’embargo avevano posto al Qatar una serie di condizioni e ultimatum, fra i quali l’interruzione dei rapporti con l’Iran, la fine del sostegno ai movimenti islamisti e persino la chiusura dell’emittente internazionale Al Jazeera, il cui quartier generale si trova a Doha. Nessuna di queste pretese è stata soddisfatta.

Il Qatar ha resistito senza troppi problemi per tre anni e mezzo, registrando negli anni dell’embargo addirittura una forte crescita economica, mentre la diplomazia internazionale non ha mai cessato di lavorare in vista di una riconciliazione, con un apporto importante da parte del Kuwait.

La risoluzione del conflitto è stata annunciata proprio dal Kuwait in un comunicato ufficiale lunedì 4 gennaio e il giorno stesso l’Arabia Saudita ha riaperto il suo spazio aereo e le frontiere terrestri e marittime con il Qatar, seguita a ruota nel giro di poche ore anche dagli altri stati promotori dell’embargo. La fine della crisi è stata sancita in modo ancora più ufficiale il giorno seguente, martedì 5 gennaio, durante il quarantunesimo vertice del Consiglio di Cooperazione del Golfo (GCC, Gulf Cooperation Council), tenutosi ad Al-Ula, nel nord-ovest dell’Arabia Saudita. Ad accogliere all’aeroporto le delegazioni dei paesi partecipanti vi era il principe ereditario saudita Mohammed bin Salman, che ha accolto l’emiro del Qatar Tamim bin Hamad Al Thani con un caloroso abbraccio, un gesto simbolico che sancisce, almeno apparentemente, la fine di un contrasto durissimo.

Fra gli invitati al vertice anche Jared Kushner, genero e senior advisor dell’ex presidente statunitense Donald Trump. L’amministrazione americana ha infatti giocato anch’essa un ruolo importante, allo scopo di costruire vaste alleanze nel continente asiatico contro la Cina e in Medio Oriente contro l’Iran, cercando di favorire il superamento dei contrasti fra i paesi del Golfo. Sempre sul fronte americano, merita di essere ricordato, inoltre, che proprio in Qatar ha sede la più grande base militare aerea statunitense di tutto il Medio Oriente (la Al Udeid Air Base, a pochi chilometri da Doha), che svolge un ruolo strategico rilevantissimo nelle missioni militari di Washington nella regione.

Chi comunque sembra davvero essere uscito vincitore assoluto dallo scontro è senza dubbio il giovane emiro qatarino Tamim bin Hamad Al Thani, succeduto al padre nel 2013. Grazie anche alle enormi ricchezze di cui dispone il Qatar, durante gli anni dell’embargo l’emiro ha saputo guidare il paese con lungimiranza, facendo registrare all’Emirato un’importante ed ulteriore crescita economica, attraverso una sempre maggiore diversificazione dell’economia e puntando molto sull’incremento della produzione “Made in Qatar” di tantissimi beni, soprattutto alimentari. Forte dei risultati raggiunti e dell’importanza strategica del Qatar sia dal punto vista politico che economico, l’emiro potrà continuare a giocare un ruolo fondamentale sullo scacchiere mediorientale e ad avere visibilità e prestigio nell’arena globale, grazie anche all’organizzazione dei prossimi campionati mondiali di calcio che si terranno nel 2022 proprio in Qatar.

A commento del disgelo tra i paesi del Golfo, vi proponiamo ora un recente contributo di Rami Khouri, editorialista del quotidiano libanese The Daily Star, tradotto e pubblicato in Italia dal settimanale Internazionale:

Il recente accordo che libera il Qatar dall’embargo di Emirati Arabi Uniti, Arabia Saudita, Egitto e Bahrein è una buona notizia. L’intesa riflette una combinazione di vecchi metodi che non hanno funzionato e nuove promettenti realtà all’interno della diplomazia tra i paesi arabi. E permette di analizzare il modo in cui questi paesi prendono le loro decisioni. La fine del boicottaggio è la prima certificazione formale del fallimento delle politiche degli Emirati e dell’Arabia Saudita negli ultimi anni. Il brusco dietrofront dei leader sul boicottaggio potrebbe sollecitare un cambio nella visione che i loro seguaci hanno del mondo. Tutti dovrebbero essere felici per la ripresa dei rapporti diplomatici con Doha, soprattutto se si guarda ai disastri causati dalle strategie politiche e militari più aggressive intraprese dagli Emirati e dall’Arabia Saudita da quando sono saliti al potere i due principi ereditari Mohammed bin Zayed e Mohammed bin Salman.

L’embargo nei confronti del Qatar è stata la mossa più eclatante e bizzarra dell’accoppiata emiratino-saudita, basata su delle accuse inventate di aver sostenuto il terrorismo. Gli Emirati, l’Arabia Saudita e i loro alleati sono stati degli incompetenti tanto in fatto di negoziati quanto in politica estera. Basta vedere quanto poco sostegno ha ricevuto il boicottaggio a livello internazionale e i vari tentativi fatti da molti paesi importanti (come il Kuwait, gli Stati Uniti e la Germania) per cercare di fermarlo.

Il nuovo accordo afferma tacitamente il fallimento dell’embargo, nella tipica maniera mediorientale in cui si ammette di aver sbagliato ma non esplicitamente. Se è una nobile tecnica per salvare la faccia o una conseguenza della debolezza politica sarà la storia a deciderlo. Per ora possiamo dire solo che le tensioni politiche tra i paesi del Consiglio di Cooperazione del Golfo che hanno deciso il boicottaggio non sono risolte, ma almeno potranno essere affrontate attraverso un dialogo serio, invece che con impulsivi scatti di collera.

La maggior parte delle critiche rivolte al Qatar riflettono delle differenze politiche e ideologiche che secondo i fautori del boicottaggio minacciano il loro benessere: la libertà di raccontare i fatti e commentarli concessa al canale televisivo Al Jazeera e agli altri mezzi d’informazione in arabo e in inglese finanziati dal Qatar; i buoni rapporti economici con la Turchia e l’Iran; l’appoggio dato in tutto il Medio Oriente ai movimenti politici islamisti, alcuni dei quali hanno vinto in elezioni libere. Per cogliere l’incompetenza emiratina e saudita basta vedere quanto si sono rafforzati i legami politici e strategici di Iran e Turchia nella regione araba rispetto a tre anni fa, come prosperano i mezzi d’informazione sostenuti dal Qatar, e come Doha oggi resista al bullismo dei suoi vicini.

La ripresa dei rapporti diplomatici offre un barlume di speranza per quelle iniziative congiunte tra Emirati e Arabia Saudita segnate da forzature regionali e militarismo che il più delle volte poi si sono ritorte contro di loro, in particolare in Libia, Yemen, Libano, Siria e Somalia. Non sappiamo cosa abbia spinto i leader dell’Arabia Saudita e degli Emirati a mettere fine all’embargo. Circola l’ipotesi che il re saudita abbia voluto alleggerire la pressione su suo figlio, il principe ereditario Mohammed bin Salman, prima dell’insediamento del nuovo presidente degli Stati Uniti Joe Biden.

D’altra parte, la reazione del Qatar al blocco mostra ancora una volta come la determinazione e la tenacia di una nazione possano sconfiggere le bugie. Ad aiutare il Qatar ha contribuito il fatto di essere un paese ricco e piccolo, che ha beneficiato del sostegno dei suoi potenti amici internazionali. Ma l’aver resistito alle minacce ha richiesto una dose di sicurezza difficile da trovare nelle classi dirigenti arabe. Le riforme intraprese dal paese per rafforzare la sua autonomia lasciano presagire che anche le sue debolezze diminuiranno: una lezione utile per molti.

Sull’accordo restano molte domande senza risposta: cos’ha offerto il Qatar in cambio? Che ruolo hanno avuto gli Stati Uniti, la cacciata di Trump dalla Casa Bianca, le ombre dell’Iran e di Biden che aleggiano sulla regione? L’intensificarsi dei rapporti dei paesi del Golfo con Israele ha avuto un impatto, magari facendo sentire quei paesi più sicuri in caso di ingerenze da parte degli Stati Uniti e dell’Iran? Il tempo ce lo dirà.

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